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  Fondazione Rete Solidare di Calabresi delle Americhe - Risoluzione DPPJ10021- Pcia. di Buenos Aires

Cultura

Redazione e Traduzione: Vanina Cortese.-

 

Cultura e Spettacolo

"Civita...Nova": è di scena il Folklore

20/09/2013,

CASTROVILLARI (CS), - La torre del Castello Aragonese di Castrovillari è la scenografia affascinante che accoglierà i gruppi folklorici del Pollino per la serata dedicata al folklore all’interno della terza giornata di “Civita...nova, vivere il centro storico”.

La cultura sarà protagonista principale della penultima giornata, con la presentazione del libro “Sciugafrì” di Rosario Mastrota, edito da Loquendo Editrice Pavia, che sarà presentato dall’attore Dario De Luca di Scena Verticale. Un libro ricco di racconti di genere “sour” in cui emerge l’analisi satirico-critica di una società manipolata falsi miti che inevitabilmente destinano alla caduta libera verso l’amaro finale.

Sarà lo storico Gianluigi Trombetti a condurre il pubblico con la visita guidata al patrimonio artistico e religioso della “civita”; e alle ore 18.00 le eccellenze gastronomiche ed artigiane del Pollino.

Artisti di strada a colorare ed animare il borgo per la seconda serata del primo street festival a partire dalle ore 19.00.

Stefano Bellini si esibirà con il suo pianoforte alle ore 20.00, e nelle Celle del Castello Aragonese l’associazione Khoreia 2000 proporrà “Voci dentro” lo spettacolo sensoriale al buio.

Participano gruppi di musica popolare: “Gruppo folklorico della Pro Loco” di Castrovillari, i “Miromagnum” di Mormanno e “A pacchianedda sansustisa” di San Sosti.

Le mostre fotografiche:  “Luoghi ed edicole devozionali nel centro antico di Castrovillari”, “Mostra in omaggio ad Audrey Hepburn”, “Obiettivo carnevale”.

La manifestazione si concluderà domenica 22 settembre con il concerto degli Almamegretta in piazza castello, preceduta da tutta una serie di iniziative a partire dalle 9.00 della mattina

 

1 marzo 2013

Settimana delle biblioteche.

Dal lunedì 4 marzo e fino la domenica 10 se porterà avanti la settiana delle biblioteche.  Con il fine di promozionare la lettura si realizzeranno una serie di eventi culturali che comprendono, tra altriincontri con gli autori dei libri.

L’iniziativa è stata promossa dalla Regione Calabria insieme alle biblioteche di Cosenza e Castrovillari ed i sistemi bibliotecari di Vibo Valentia e Lamezia Terme.

Con visite guidate e laboratori per i bambini e giovani, presentazioni di libre ed incontri con scrittori sarà l’occasione per gli amanti della lettura e per quelli che ancora stanno per scoprirla.

 

24 febbraio 2013

A Taverna, provincia di Catanzaro, si realizza una mostra con 50 opere del pittore Mattia Preti: sotto il nome Italia-Malta, si ricorda il IV centinnaio della nascita del pittore calabrese, saranno esposte le opere dal 24 febbraio fino il 22 aprile, nel complesso monumentale di San Domenico.  

 

Sapeva Lei che La Divina Commedia si può leggere in dialetto calabrese?

 Da questo mese di luglio viene distribuita l’opera completa di “La Divina Commedia” in dialetto calabrese, traduzione che ha realizzato l’odontologo Salvatore Macrì,  deceduto da qualche anno,  e oggi pubblicano l’opera completa sua moglie, Rosa Cardamone ed il figlio Francesco Macrì. 

Ha realizzato una traduzione che curò in estremo il rispetto della metrica e la stetica dell’opera originale,  i canti, personaggi e vicende.  Il primo volume è stato ediò nell’anno 1969 con il titolo “U mpernu”, e ora si sono pubblicati anche “U purgatorio” e “U paradisu”,  per così, finalmente completare quest’opera emblematica della letteratura italiana.

  

 

 

MUJURA lancia il suo primo disco

 

Si tratta di Stefano Simonetti, cantautore e musicista calabrese che porta come pseudonimo “Mujura” con il quale ha fatto parte della band di Eugenio Bennato dal 2004 e che hanno partecipato da importantissimi festival italiani en el mondo, Cairo, Tunisia, Algeria, Marocco, Germania, Belgio, Lussemburgo, Londra, Galles, Etiopia, Spagna, Portogallo, Francia, Turchia, Sanremo, ecc.

Stefano Simonetta è nato a Recella Jonica nel 1979, ha studiato a Bologna per laurearsi in Storia del Teatro, e pio di itorni in Calabria ha lavorato con la musica popolare e folk.

Questo suo primo disco, prodotto con Taranta Power, utilizza elementi folk rock contemporani,  strumenti tradizionali, miscolando la lingua calabrese, inglese, polacco e greco antico.

 

Potete sentire una sua canzone nel seguente vincolo:http://www.youtube.com/watch?v=2_moWMFoa8A&feature=related

 

             

 

 

 Tradizioni della Pasqua Calabrese

In Calabria la Pasqua continua ad essere una delle feste religiose più importanti, in alcuni paesi, più che il Natale.  Si organizzano manifestazioni tradizionali che hanno radici nella tradizione pre-cristiana e sono molto popolari in questa terra,  tante volte anche unite alla celebrazione del Via Crucis.   In molti paesi si fanno le rappresentazioni la sera del Venerdì Santo o la mattina del Sabato, dove si sente il dolore per la morte del Signore, con canti funebri chiamati “u chiantu de Maria” (il pianto di Maria) accompagnando la processione delle statue, la più tradizionale è quella della Madonna Addolorata.

Portare le statue è un onore anche motivo di forte competizione;  in alcuni paesi la scelta si fa tenendo in conto criteri fisici come l’altezza, forza e gioventù; mentre che in altri è un onore che appartiene solo a esponenti di famiglie importanti.

In tutte le case calabrese preparano tanti dolci tradizionali come i cuculi o cuzzupe, anche detti cuddhuraci, i crustuli, nepitelle, cici arbereshe e tanti altri, nonchè le classiche uova di Pasqua.  

 

"L'uomo é forte",  un libro di Corrado Alvaro.

Il titolo originale del libro era "Paura sul mondo", ma subí la censura fascista e per tanto é stato cambiatoin Italia main alcune traduzioni in altre lingueé ancora rimasto il titolo originale. Ma le autoritá, in tempi in cui in Italia si faceva una certa politica letteraria, hanno chiesto la soppressione delle pagine dispiacenti, che in fine sono state una ventina di righe con l'avvertenza dell'autore in cui dichiara che rappresentava le azioni che si svolgevano in Russia; cosí il libró é stato vietato nella Germania nazista, ipoteticamente ambientato in Russia, e che esprime chiaramente la vicenda tra Partigiani e Bande.

L'autore in questo libro mette di rilievo uno stato di animo riguardo gli anni passati, la malattia diffusa della paura in ogno luogo in cui l'uomo fu appresso, e presentando la speranza come conclusione.

Un uomo che é vissuto all'estero e dopo tanti anni torna nel suo paese con l'obiettivo di cambiare vita, e tornato nel paesetto di colpo si trovó dall'anonimo ad essere subito identificato da tutti dopo tanti anni d'assensa, e ritrovando anche un vecchio amore da ragazzino, e le dichiara che nel forte della guerra civile lui la pensava.

Frasi come "morire, ma essere un uomo", "morire, ma vivere", mettono di rilievo l'animo del personaggio principale, e dell'autore, che torna nel suo paese in rovine dopo tanti anni di sofferenza, dove la folla "solitaria e frettolosa, calpestrava il selciato con le sue povere sacarpe" mentre trascinavano i suoi fagotti. Il fragile uomo che si aggirava per quelle strade sembrava piú forte e piú resistente di tutto, eterno come é eterno il fiume....

Si trovó in un paese dove tutti avevano voglia di parlare e d'interessarsi di quanto faceva l'altro, la cittá era piena di gente importuna e curiosa.

Erano passati gli anni ma in quel paese la gente si era fermata nel periodo in qui la lotta era l'unica vita concepibile, il tempo si era fermato lí, la gente si era fermata lí, non c'era niente di nuovo e ogni straniero rappresentava un nemico e una novitá di cui ne parlavano tutti.

"L'uomo é forte", con il titolo originale "Paura sul mondo" ci offre il panorama ben chiaro di un paese ed una societá che, anche se i tempi son cambiati, é rimasta sempre impaurita dalla strage della guerra, i governi abbusivi, la lotta tra i settori sociali e politici. Ci dimostra come i paesi del sud son rimasti fermi in certo periodo e non sono riusciti a sbloccare la loro politica, economia e cultura, ma soprattutto ci fa vedere la grande paura che 'e rimasta dentro ogni persona che ha vissuto e sofferto una tappa cupa della storia italiana.  

 

 

 Speciale di Natale

 

Poesia di Natale

 

Vincenzo Padula, autore della paoesia “La notte di Natale”,  è nato ad Acri il 25 marzo 1819, in una famiglia della borghesia, da Carlo Maria Padula, medico, e Mariangela Caterina. Si ordinò sacerdote nel 1843, ed è stato insegnante presso il seminario di San Marco Argentato.  Nel 1845 lasciò il seminario per

 

 

 

 

dedicarsi alla letteratura ed il giornalismo.

Persone in Calabria è l’opera nella quale si pone l’obiettivo di difendere lo Stato unitario dal quale si aspetta un rinnovamento, nonchè si manifesta con toni polemici sul clero e la borghesia.

È morto,  anche ad Acri, l’8 gennaio 1893.-


 

 

 


 

E 'na vota, mo v'a' cuntu,

'e dicembri era 'na sira:

'u Levanti s'era juntu

cu' Punenti, e tira tira,

si scippavanu 'i capilli,

e 'nfugavanu li stilli.

 

Niuru cumu 'na mappina

'u ciel'era, e spernuzzati

cumu zinzuli 'e cucina,

jianu 'i nuvi spaventati;

e lu scuru a fella a fella

si facia cu' li curtella.

 

Quannu scavuzu e spinnatu

e Sionni pe' la via

jia 'nu viecchiu arrisinatu,

avia 'n'ascia alla curria:

muortu 'e friddu e povar'era,

ma omu e Diu paria alla cera.

 

Tocca-pedi a lu vecchiottu,

pe' la strada spara e scura,

caminava 'ncammisuottu,

(for' maluocchiu!) 'na Signura

cussi' bella, cussi' fatta,

chi na stilla 'un ci si appatta.

 

'Nfaccia avia 'na rosicella,

'a vuccuzza era 'n aniellu;

ti paria 'na zagarella

russu 'e sita, 'u labbriciellu

scocculatu e pittirillu,

tali e quali 'nu jurillu.

 

Era prena 'a povarella,

prena 'rossa, e ti movia

tunna tunna 'a trippicella,

chi 'na varca ti paria,

quannu carrica de 'ranu

va pe' mari, chianu chianu.

 

O figlioli, chi 'mparati

ssa divota mia canzuni,

via! 'i cappella vi cacciati,

vi minditi gninocchiuni.

Chillu viecchiu... e chi 'u' lu seppi?

si chiamava San Giuseppi.

 

E la bella furracchiola,

chi camina appriessu ad illu,

pe b' 'u diri, 'un c'e' parola,

sugnu mutu pe' lu trillu...

Mo, de vua chi si la sonna?

si chiamava la Madonna.

 

Pe' lu friddu e lu caminu,

'a facciuzza l'era smorta.

'Nu palazzu c'e' vicinu,

s'arricettanu alla porta;

pu' - e tremavanu li manu -

trocculianu chianu chianu.

 

- Cannaruti! - li ricconi

cancarianu, e nu' rispunnu;

c'e' 'n orduru 'e cosi boni,

i piatti vanu 'ntunnu,

ed arriva lu fragasciu

d' 'i bicchera fin'abbasciu.

 

- Tuppi_tuppi! - - Chin'e' lluocu? -

- E 'nu povaru stracquatu,

senza liettu, senza fuocu,

cu' la mugli a bruttu statu.

Pe' Giacobbi e pe' Mose',

'nu riciettu, cca ci n'e'? -

 

O figlioi, lu criditi?

chillu riccu (chi li pozza

'u diavulu i muniti

'ncaforchiari dintr' 'a vozza),

a 'nu corsu, chi tenia,

dissi: - Acchiappa! Adissa! A tia! -

 

'A Madonna benadissi

chilla casa; e allu maritu:

- Jamuninni fora - dissi -

mina 'i gammi, e statti citu. -

Si ligau lu muccaturu,

e si misi pe' lu scuru.

 

Ma spattarunu la via,

e cadianu 'ntroppicuni:

mo 'na sciolla si vidia,

mo 'na trempa e 'nu valluni:

era l'aria propriu chiara

cumu siettu de quadara.

 

 

Ni sentiu 'nu pisu all'arma

tannu 'a luna virginella,

quannu viddi chilla parma

de Signura cussi' bella

'ntr' 'a zanca, 'mmulicata,

senza mai trovari strata.

 

E cacciannu 'a capu fora

de 'na nuvi, chi lu vientu

fici a piezzi, la ristora,

cielu e terra fu 'n argientu;

l'alluciu tutta la via,

e li dissi: - Avi, Maria! -

 

Pe' lu cielu, a milli a milli,

a 'na botta, s'appicciaru,

s'allumarunu li stilli,

cumu torci de 'n ataru:

e si 'n acu ti cadia,

tu l'ajjavi mmienzu 'a via.

 

C'era la', ma allu stramanu,

fatta 'e crita e de jinostra,

'na casella de gualanu

ch'allu lustru s'addimostra:

spuntillarunu lu vetti,

e la porta s'apiretti.

 

San Giuseppi, c'ha lu mantu,

si lu sgancia 'nfretta 'nfretta,

ci lu spannidi a 'nu cantu,

'a Madonna si ci assetta;

e li scuoccula vicinu

d'ugne juri 'nu vurbinu.

 

Supr' 'u cori 'na manuzza

si tenia, pecchi' era stanca;

appoggiava la capuzza

chianu chianu supr' 'a manca;

pua, stenniennu li jinuocchi,

quieti quieti chiusi l'uocchi.

 

Era aperta, e 'nu granatu

'a vuccuzza assimigliava,

ordurusu escia lu jatu,

chi lu munnu arricriava;

cullu cuorpu illa dormia,

ma cull'arma 'ncielu jia.

 

Culla menti illa si sonna

d'arrivari 'mparavisu;

senti diri: - E' la Madonna!

Chi sbrannuri c'a' allu visu! -

Santi ed Angiuli li pari

ca s' 'a vuolunu 'mpesari.

 

E la portanu vicinu

d' 'u Signuri, e lu signuri

si scippava de lu sinu

propriu 'u figliu, e cud'amuri

ci 'u dunau cumu 'nu milu,

e li dissi: - Tienitilu! -

 

Ma tramenti chi si sonna,

pe' lu prieju e pe' lu trillu,

si risbiglia la Madonna

e si guarda, e lu milillu

va trovannu, chi l'e' statu

'intra suonnu rigalatu.

 

Eccuti' ca biellu biellu,

'ncavarvatu supr' 'a gamma,

si trovau lu Bomminiellu,

chi scamava: - Mamma! Mamma! -

Viata Illa, affurtunata!

'Intra suonnu era figliata...

 

Ca', cum'esci 'na preghiera

de la vucca de li santi,

cussi' 'u figliu esciutu l'era

senza dogli a chillu 'stanti,

cum'orduri 'e rosi e midi

esci, ed esciari 'un si vidi. 

 

Illa 'u guarda, e gninocchiuni

tutt'avanti li cadia;

l'adurau: pu' 'na canzuni,

chi d' 'u cori li venia,

pe' lu fari addurmentari,

'ngignau subitu a cantari.

 

Duormi, bellizza mia, duormi e riposa,

chiudi 'a vuccuzza chi pari 'na rosa,

duormi scuitatu, ca' ti guardu iu,

zuccaru miu.

 

Duormi, e chiudi l'occhiuzzu tunnu tunnu;

ca' quannu duormi tu, dormi lu munnu;

ca' lu munnu e' de tia lu serbituri,

Tu si 'u signuri.

 

Dormi lu mari, e dormi la timpesta,

dormi lu vientu e dormi la furesta,

e puru 'ntra lu 'nfiernu lu dannatu

sta riposatu.

 

Ti tiegnu 'mbrazza, e sientu 'na paura;

ca' Tu si Diu, ed iu sugnu criatura,

e mi sguilla allu sinu, e vo' 'nfassatu

chi m'a' criatu.

 

Occhiuzzi scippa-cori, jativinni!

'U' mi guardati, ca' fazzu li pinni.

'Na vuci 'nterna, chi la sientu iu sula,

mi dici: - Vula!

 

'A ninna 'e ss'uocchi tua m'ardi e m'abbaglia;

tutta l'anima mia trema e si squaglia:

canta cum' 'u cardillu, e asciri fori

mi vo lu cori.

 

Ti viju dintra l'uocchi 'n autru munnu,

ci viju 'n autru Paravisu 'n funnu:

sientu 'na cosa, chi mi fa moriri,

ne' si po' diri.

 

Chiudili, biellu, pe' pieta', e riposa;

chiudi 'a vuccuzza chi pari 'na rosa:

duormi scuitatu, ca ti guardu iu,

zuccaru miu.

 

'U suonnu e' ghiutu a cogliari jurilli,

pe' fari 'na curuna a 'ssi capilli;

e 'ssa vuccuzza 'e milu cannameli

t'unta cu' meli.

 

Cu' 'n acu 'mmanu e' ghiutu supr' 'a luna

a cusari li stilli ad una ad una;

pu' ti li mindi 'n canna pe' cannacca,

e ci l'attacca.

 

Chi siti mo venuti a fari lluocu,

Angiuli 'e Diu, cu' chilli scilli 'e fuocu?

Mi voliti arrobbari 'u figliu miu,

Angiuli 'e Diu?

 

Cantati, si'; ma 'n cielu 'u' b' 'u chiamati:

aduratilu, si'; ma 'u' b' 'u pigliati:

e Tu, bellizza, 'un fujari cu' loru;

si no, mi muoru.

 

Statti, trisuoru mia, cu' mamma tua;

mo chi ti tiegnu, nenti vuogliu cchiua;

cu' Tia vuogliu lu munnu caminari

sempri, e cantari;

e diri a tutti: - Chissu e' Figliu miu;

'a mamma e' povarella, 'u figliu e' Diu:

d' 'u cielu m'e' shcoppatu 'ssu Bomminu

'ntra lu sinu.

 

Ma ch'aju dittu? E nun sacciu iu lu riestu?

T'ammucciu 'mpiettu, o Figliu mia, cchiu' priestu: 

'u munnu e' malandrinu, e si t'appura,

oh, chi sbentura!

 

Pe' 'ssi capilli tua criscinu spini,

e pe' 'nchiovari 'ssi jidita fini,

piensu c' 'a forgia mo vatti, e nun sa

chillu chi fa.

 

'A sienti dintr' 'u vuoshcu Tu 'sa vuci?

Nun e' lu vientu no chi si ci 'nfuci:

e' la cerza chi grida: " 'U lignu miu

cruci e' de Diu! "

 

Ah, nun chiangiari, no! Pecchi', o Bomminu,

mi triemi cumu 'na rinnina 'n sinu?

Pe' mo, duormi scuitatu: tannu, pua

c'e' mamma tua.

 

Supra li vrazzi mia, supr' 'i jinuocchi

zumpa, aza 'a capu, ed apirelli l'uocchi.

Quantu si biellu! Chi jurillu spasu!

Dammi 'nu vasu!

 

Cussi' cantava 'a Vergini Maria,

e nazzicava chillu quatrariellu.

'U cielu vasciu vasciu si facia,

asuliannu a chillu cantu biellu:

abballava la terra, e si movia,

mustrannu tuttu virdi lu mantiellu,

e lu vientu si stava accappottatu,

gridannu dintr' 'u vuoscu: - E' natu! E' natu -

 

Ugne jumi portava 'na chjinera,

chi d'uogliu, chi de latti e chi de vinu.

Meli e farina escia d' 'i cerzi, ed era

carricu 'e juri 'nsinc'a diri 'u spinu;

e tornata paria la primavera,

scotuliannu tutt' 'u vantisinu;

'a vita fici l'uva 'u 'ranu 'i spichi,

e li shcattilli si faceru fichi.

 

'U portuni d' 'u cielu spalancaru,

e cu' 'nu strusciu forti, e cu' 'nu vientu

quattru truoppi d'Arcangiuli calaru

'e 'na bellizza, ch'era 'nu spavientu:

a leghe a leghe, supra lu pagliaru

teniennusi pe' manu, a cientu a cientu,

si misiru a cantari cullu suonu:

" Sia grolia ad Illu, e paci all'omu buonu! "

 

A chillu forti gridu, allu sbrannuri,

chi l'Angiuli spannianu, allu paisi,

subitu si scitarunu 'i pasturi,

'i massari, 'i curatuli, i furisi.

Vidinu li campagni no' cchiu' scuri,

supra li munti vidinu 'i lucisi;

sientu sonari suli 'i ceramelli,

e ballari muntuni e pecurelli.

 

E ognunu si restava 'ncitrulatu,

e cculla manu l'uocchi si spracchiava:

ma 'n Angiulu passannu dissi: - E' natu, e' natu chillu Diu, chi s'aspettava. -

Allura chi bidisti? 'Mpaparatu

ognunu pe' la via s'azzummullava.

Chi canta e balla, e chi senza pensieru

facia culla sampugna: Lleru! Lleru!

 

Chi porta 'na sciungata, o 'na fiscella,

chi 'nu rinusu e chini 'nu crapiettu:

scammisata fujia la furisella

cu' quattru cucchia d'ova d'intr' 'u piettu;

e appriessu li curria la figlicella,

chi 'nculinuda si jettau d' 'u liettu:

pe' l'allegrizza, li shcoppa lu chiantu,

e porta 'nu galluzzu 'e primu cantu.

 

Ed iu, belli quatrari, iu puru tannu

'nfrattari mi volia cull'autra genti;

ma chilla jia 'ncollata, ed iu, malannu!

iu sulu nun avia li cumprimienti.

Mi jivi 'a mariola scaliannu,

m'avia boglia 'e merari! un c'era nenti.

Chi fici poca? Fici 'sta canzuna,

e Jesullu mi dezi 'na curuna. 


 

 

Alcune notedi Corrado Alvaro tratte da Quasi una vita
(edizione Club degli Editori, Milano 1968)

*"Dei Greci, i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna. A chi come me si occupa di dirne i mali e i bisogni, si fa l'accusa di rivelare le piaghe e le miserie, mentre il paesaggio, dicono, è così bello" (p. 237).

*"Al mio paese, la piccola borghesia considera una grande prova di abilità arrivare a ingraziarsi con tutti i mezzi, anche i più bassi, chi comanda. La furberia al posto di ogni altra qualità umana. Chi non vi riesce è un imbecille, e chi non vi si adatta, un pazzo. 'Ha relazioni' è al mio paese dire molto" (p.  230).

*"Il meridionale ha un tale desiderio del potere, poiché non conoscendo una libera società dipende tutto dai potenti, che è entusiasta del potere qualunque esso sia. (...) Generalmente immaginano comprato con occulte manovre chi poi professa idee, qualunque idea, anche se del partito dominante. Insomma, è la disistima dell'individuo in ogni caso; l'uomo non può essere che un folle impratico o un venduto" (p. 239).

*"I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell'infanzia" (p. 204).

*"L'italiano aspetta sempre una grande fortuna o avventura che non arriva. Ma non dispera" (p. 307).

*"Il nostro Capo (Mussolini, n.d.r.) è preso da convulsioni a leggere un giornale francese di provincia che parla di lui con poca reverenza. Sarebbe capace di muovere guerra alla Francia per le parole d'un giornalista d'una redazione di Marsiglia o di Bordeaux. Riferiscono che legge avidamente tali giornali, e se trova qualcosa che gli dispiace, è preso da un'ira violenta, appallottola il giornale, lo scaraventa nel cestino, diventa intrattabile. E' giornalista, ed è come se dirigesse non l'Italia ma un grande giornale. Si fornisce lui stesso una menzogna quotidiana nei giornali, e finisce col credervi, lui solo" (pp. 230-31).

*"La storia considerata come una vicenda di buono e di cattivo tempo, di uragani e di sereni, ecco che cos'è la storia per un italiano. Per questo scetticismo della storia non si sono prodotti tanti tragici fenomeni in Italia, dove nulla è mai scontato interamente, dove tutti possono avere la loro parte di ragione, o dove tutti hanno torto, dove si ritrovano viventi i residui di tutte le catastrofi e di tutte le esperienze e di tutte le epoche.

*"L'uomo è il prodotto dei suoi errori" (p. 354).

 

 Patrimonio Culturale della regione.

I bronzi di Riace sono due statue di provenienza greca, di circa il V secolo, che oggi si torovano al Museo Nazionale della Magna Grecia in Reggio Calabria, dato che furono ritrovate nel Mare Ionio, a pochi metri delle coste della città di Riace (Provincia di Reggio Calabria) nel 1972,  ed oggi appartengono ai tesori archeologici di questa Povincia, e sono diventati simboli della città.

Nel 1995 furono restaurate con un lavoro particolarmente difficile e lento, che riusci a rispettare la struttura originale dei bronzi.

L’archeologo Antonio Di Vita ritenne che i due bronzi rappresentano degli atleti vincitori nella corsa oplitica, cioè, corsa con le armi.  Questa ipotesi è stata poi smentita con degli studi che hanno dimostrato che le statue originalmente reggevano delle lance.

Nuove ipotesi sono apparse dopo il seguente ristauro circa il 1995, essendo possibile che una delle statue raffiguri Tideo, feroce eroe figlio di Ares e protetto dalla dea Atena;  e l’altra sarebbe Anfiarao, profeta guerriero.

Queste sono alcune delle tantissime ipotesi che ci sono su questi bronzi, che nonostante, sono parte del patrimonio culturale della Calabria.


Letteratura.

 CORRADO ALVARO.   È nato il 15 aprile 1895, a San Luca, Reggio Calabria, essendo il primo di sei fratelli.

A gennaio 1915 è partito per combattere nella Grande Guerra ed è stato inviato a Firenze. Ferito a settembre del 1916 si trasferisce a Roma, dove comincia a scrivere fino a quando lo fanno diventare redattore inviandolo a Bologna; dove l’8 aprile 1918 si sposa con Laura Babini.

Nel 1919 va a lavorare a Milano come collaboratore per il Corriere della Sera, dove poi prende la laurea in lettere presso l’Università di Milano.  Nel 1921 lavora come inviato a Parigi per “Il Mondo” di Giovanni Amendola. Nel 1925 partecipa della soscrizione del “Manifesto”,  documento antifascista degli intelettuali pronunciato da Benedetto Croce;  esprimendo così le sue idee poliche.

Tra il 1928 ed il 1930 lavora come giornalista a Berlino, nel 1931 viaggia in Turchia e nel 1935 in Russia. In quelli anni scrive per la rivista di Longanesi diversi articoli sulla rivoluzione dell’ottobre del 1917.  Preoccupato ed essendo un grande osservatore dei problemi sociali, nelle sue opere “L’uomo è forte” (1938) e “I maestri del diluvio” (1935) viene illustrata la società russa dopo la suddetta rivoluzione.

Poi collabora nel “Popolo” di Roma, dove dal 25 giugno fino il 8 settembre 1943 svolge la direzione.

A gennaio del 1941 torna per ultima volta a San Luca per i funerali di suo padre, e più volte è tornato in Caraffa del Bianco a trovare la madre ed un fratello.    Poi con l’invasione dei tedeschi si rifugia a Chieti, sotto il nome falso di Guido Giorgi.

Nel 1945 costituisce il Sindacato Nazionale di Scrittori,  fa amicizia con Libero Bigiaretti e Francesco Jovine,  e riceve l’incarico perpetuo di segretario della Cassa Nazionale di Scrittori.  Essendosi dichiarato di sinistra trova degli ostacoli politici per lavorare;  ma nonostrante i problemi politici, nel 1951 vince il premio Strega per il libro “Quasi una vita” diario personale dell’autore. 

Dal 1954 lotta contro un tumore che compare prima sull’addome e poi nei polmoni, e finalmente l’11 giugno 1956 muore a Roma, lasciando alcuni romanzi incompleti.  Manoscritti che oggi  si trovano alla Fondazione Corrado Alvaro a San Luca.

Alcune delle sue opere sono: 1917 Poesie grigioverdi;  1920 La siepe e l'orto; 1926 L'uomo del labirinto; 1929 L'amata alla finestra ; 1930 Vent'anni; Gente in Aspromonte; 1938 L'uomo è forte; 1940 Incontri d'amore; 1946 L'età breve; 1949 Lunga notte di Medea;  1950 Quasi una vita; 1952 Il nostro tempo e la speranza; 1955 Un fatto di cronaca; 1957 Roma vestita di nuovo;

  • Poesie grigioverdi: “Ballata in cerca di padrone”

 Ho nella mente un paese

Con un cimitero e due chiese.

Nel cimitero la biada cresceva

E falciata il guardiano la vedeva

Che in quel paese tutto er giardino.

In quel paese tutto era giardino,

Cuore d’uomo e di femmina persino.

Cori e danze eran belli a vedere

Nella malinconia di certe sere

Quando il mondo pareva là finire.

Prossimamente si potrà conoscere qualchè brano della sua opera più premiata "L'uomo è forte".-